Recensione del film “Noi eravamo”

Recensione del film “Noi eravamo”

Solleva qualche perplessità, dal punto di vista delle scelte storiche, il lungometraggio “Noi eravamo” del regista romano Leonardo Tiberi, realizzato grazie al contributo della Regione del Veneto nell’ambito delle commemorazioni del centenario della Grande Guerra. Il film è stato proiettato a Treviso lo scorso 4 novembre, proprio nella Giornata delle Forze Armate, al cospetto di molti rappresentanti, locali e regionali, delle associazioni combattentistiche e d’arma, dopo aver già fatto tappa in altre città della Marca nei mesi precedenti.

La pellicola salta a piè pari i campi di battaglia che hanno fatto registrare momenti di grande eroismo, come il Montello, l’Isola dei Morti di Moriago della Battaglia, Monastier e il legame con Hemingway, la stessa Nervesa della Battaglia dove c’è il monumento all’ “eroe del Montello” Francesco Baracca e, sostanzialmente, gran parte della linea del Piave.

Non è un documentario, nonostante l’inserimento di immagini d’archivio dell’Istituto Luce: è più corretto definirlo un film storico romanzato.

È un lavoro che scolasticamente offre solo degli spunti che necessitano poi di specifici approfondimenti, però si presenta con un sentimento delicato che evita scene cruente, preferendo uno stile più da fiction, tant’è vero che uno dei protagonisti è il volto noto della televisione Alessandro Tersigni nei panni del fratello maggiore Guglielmo, meccanico di aerei e arruolatosi volontario dall’Argentina solo per proteggere il fratello minore Luciano (interpretato dall’attore Davide Giordano).

La pellicola ruota attorno all’innamoramento della crocerossina Agnese che, tra due corteggiatori, scarta il meccanico preferendo l’ufficiale, perché appartiene al suo stesso ceto sociale. Quindi questo film porta sulla scena la parte più acculturata della società e una precisa fascia sociale: ufficiali, crocerossine e dottori, mentre la truppa del fango viene ben descritta da quel bigliettino “nero” che il medico apponeva nei casi più disperati lasciati a morire. Del resto questo lungometraggio è incentrato sull’aviazione e al tempo chi volava apparteneva alla nobiltà.

Il regista vuole evidenziare il volontariato, mettendo in luce, tra i vari emigrati, Fiorello La Guardia, figlio di una triestina e di un pugliese, membro del Congresso americano che ritorna in Italia con cento ragazzi americani, volontari, per “rubare” le tecniche di pilotaggio della nostra scuola grazie agli aerei “Caproni”. In realtà neppure questo è bastato, però, a mettere maggiormente in risalto la figura del ben noto, o almeno dovrebbe esserlo, Francesco Baracca, l’asso dell’aviazione italiana e medaglia d’oro al valor militare, di cui nel film viene sfiorato il ricordo dicendo “che andò in Cielo volando”. Apostrofo senz’altro romantico, da fiction e strappalacrime, ma pecca di banalità. 

Baracca a bordo del Nieuport

Nel finale poi la voce narrante cita, con piglio storicistico e autorevole, la “battaglia” di Vittorio Veneto, un termine che fa storcere il naso a molti (tra cui il prof. Raffaello Spironelli) che sono nati e cresciuti lungo “la Piave” che, con il termine “battaglia”, ne ricordano semmai tre: la “battaglia d’arresto” del 10 novembre 1917 combattuta a Vidor; la “battaglia del solstizio” combattuta sul margine orientale del Montello, oltre che nel basso Piave, dal 15 al 23 giugno 1918; e infine la battaglia decisiva, che è meglio definire “della vittoria”, anziché di Vittorio Veneto, in quanto combattuta sulla linea del fronte dei paesi della sinistra Piave, in particolare a Moriago della Battaglia, Fontigo e Falzè di Piave.

Forse tale scelta è stata voluta dal regista per enfatizzare la “Città della vittoria” quale sede deputata alla chiusura, nel 2018, delle manifestazioni del centenario, mah..

Tutto sommato questo genere di film potrebbe essere adatto alle scolaresche per il tono leggero della narrazione, che se vogliamo si discosta di molto dalla realtà dei fatti e ritrae sempre un mondo ovattato con il clientelismo tipico della classe sociale nobile. E i civili che fine hanno fatto? Sembra quasi che il mondo esterno non esistesse, che altri ceti sociali non ci fossero. In effetti per questa casta era così, lo è sempre stato, anche in tempo di guerra, tant’è che, guarda caso, il fratello minore (ufficiale) Luciano, nonostante avesse il cartellino nero che ne decretava la fine, viene salvato perché si doveva. Poi c’è sempre l’escamotage pronto a giustificare qualsiasi azione, ma la povera gente non ha bisogno di francesismi per tirare le somme.

Non si abbandonino i giovani alla visione solitaria di questo film, bensì vengano accompagnati da chi è in grado di spiegare loro i fatti storici. Una nota positiva la si può trovare negli spunti che offre la pellicola, utili per iniziare a cercare, a scavare a mani nude nella storia e iniziare a ragionare con la propria testa, ma studiando e ponendosi tanti perché.

Il film infine salta di palo in frasca dagli eventi bellici del 1915-1918 ad una coda del 1933 in cui si vede Agnese che sceglie palesemente l’ufficiale… Un altro amore scelto a tavolino, anche di fronte alla morte. Tipico retaggio del cosiddetto buoncostume borghese in cui l’apparenza è tutto. E la libertà che fine ha fatto? Si parla tanto di dignità, di rispetto della memoria e allora, se veramente è così, iniziamo a non tacere i nomi e le gesta dei veri eroi, di coloro che hanno sacrificato la propria vita credendo in quegli ideali oggi quasi del tutto sconosciuti. La coerenza è una delle più gravi mancanze della nostra Epoca.

Il Gazzettino (ed. Treviso) del 08/11/17
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Vesna Maria Brocca Musicologa, giornalista, saggista e docente. Direttore artistico dell'associazione concertistica Camellia Rubra di Montebelluna e della Casa del Musichiere di Moriago della Battaglia. Promotore artistico-culturale del Comune di Cison di Valmarino. Event Manager.

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