Siamo nella metà del Settecento. Ricercava il “cerchio”, in tutto. Sì, esattamente la figura geometrica che meglio si adatta ad esprimere, in astratto, i concetti di infinito e perfezione, che applicava in tutti i campi, non solo del sapere ma anche del vivere quotidiano.

Il nome di battesimo era Giuseppe Tartini, ma conosciuto ovunque come “il primo violino d’Europa”, “il maggior compositore del suo tempo”, “il maestro delle nazioni”. Padova divenne la città d’elezione dove fondò nel 1728 la sua scuola violinista chiamata “Scuola delle Nazioni”; Pirano d’Istria la città natale, al tempo facente parte della Repubblica di Venezia.

Vita volle che il tempo generasse confusione attorno alla sua figura, ricordato per la maggior parte delle volte quasi unicamente per la sonata in Sol minore “Trillo del diavolo”. Mi auguro che questo articolo dipani la matassa e contribuisca anch’esso a far luce su uno dei grandi nomi della musica occidentale.

È stato violinista, compositore, teorico della musica. Cercava conferme nella matematica e nella geometria, confrontandosi a tal scopo con missive indirizzate ad altri intellettuali del tempo, come il trevigiano Giordano Riccati che si occupò anch’egli di acustica e teoria della musica e che scrisse: «Musica, la quale altro non è se non una successione di armonici accompagnamenti, che o s’odono effettivamente, o almeno si sottintendono» [1]. Questo concetto ci riporta a piè pari al fenomeno del “terzo suono” scoperto da Tartini stesso.

Il musicista era anche un eccellente schermidore, se non addirittura il migliore in circolazione, con il fuoco che gli ardeva dentro da cotanta passione, dedizione e professionalità che metteva in tutto ciò che intraprendeva. Mancato prete e avvocato, sposato con la “sua” Elisabetta Premazore più vecchia di lui di due anni. È morto il 26 febbraio 1770. Nel 2020 si celebrano i 250 anni della sua dipartita terrena.

Per addentrarci nell’arte di Tartini e capire meglio questo personaggio così ricco di sfaccettature intellettuali e sfumature espressive non sempre così evidenti, mi torna utile lo spettacolo di musica e parole che ha saputo restituire un elegante equilibrio “matematico”, oserei richiamare la teoria del “cerchio” menzionata all’inizio dell’articolo, che si è svolto nella cornice medievale della Chiesa di S. Gottardo ad Asolo alla volta di sabato 5 settembre 2020. Per gli “Incontri Asolani”, il festival internazionale di musica da camera organizzato da Asolo Musica, giunto alla quarantaduesima edizione e diretto artisticamente da Federico Pupo, è andato in scena il monologo per attore ed ensemble da camera dal titolo “Tartini, la morte e il diavolo”. Questo lavoro è stato scritto da Sergio Durante, musicologo e docente dell’Università di Padova, nonché autore del volume “Tartini, Padova, l’Europa” pubblicato da Sillabe. Sulla scena il famoso attore padovano Roberto Citran che ha vestito i panni di Tartini “dialogando” con il prestigioso ensemble “L’Arte dell’Arco” che ha visto il maestro concertatore Federico Guglielmo al violino, Diego Cantalupi al liuto, Francesco Galligioni al violoncello e Roberto Loreggian al cembalo.

Roberto Citran

Il noto attore Roberto Citran, già Coppa Volpi come miglior attore non protagonista a Venezia per il film “Il toro” (1994) del regista Carlo Mazzacurati, col quale ha girato ben sei film, spiega come «Tartini fosse un tipo focoso. Questo passato da schermidore lo aveva forgiato nel carattere, molto forte e deciso. Grazie alla sua forza di volontà era riuscito a ribellarsi al padre e a cominciare a studiare il violino a 18 anni. Personalmente ho cercato di dargli una lettura particolare, perché il testo ha un linguaggio un po’ arcaico e la recitazione enfatica e giocosa mi è servita per risaltare l’uso del linguaggio nei suoi arcaismi e rendere più fruibile il racconto. Abbiamo poi cercato di trovare un equilibrio fra testo e musica, senza mai essere didascalici, per un mix sobrio, più chiaro possibile e senza sottolineare un aspetto in particolare».

Federico Guglielmo

Il dialogo prosegue volto ad indagare gli aspetti musicali con il violinista Federico Guglielmo, uno dei maggiori interpreti di Tartini e fondatore nel 1994, assieme al padre Giovanni, dell’ensemble “L’Arte dell’Arco” che è formato da alcuni dei migliori musicisti italiani specializzati nell’esecuzione su strumenti antichi. Un classico esempio è il violoncello senza puntale «poiché è un supporto che è stato creato successivamente e quindi dato che cerchiamo di proporre delle esecuzioni “storicamente informate” – precisa il Maestro – evitiamo quegli ausili che sono posteriori (spalliere, mentoniere, puntali, corde di acciaio etc)». E ancora, sul palco è possibile vederlo suonare due distinti violini quando esegue la sonata “Pastorale” «perché in quel pezzo il compositore prevede una “accordatura diversa” – spiega Federico Guglielmo. Invece del solito “mi la re sol”, scrive “mi la mi la”, alzando di un tono le due corde basse. Con questo effetto il violino realizza delle bellissime risonanze e bordoni, però è difficilissimo da suonare (cambiano diteggiature e quant’altro) e soprattutto non potrei accordare in modo stabile e sicuro durante la performance, da qui la scelta dei due strumenti».

È corretto inquadrare Tartini nello stile galante?

È un ponte, in realtà: né barocco né stile galante. Taluni hanno detto addirittura un preromantico. Per me è un uomo che si trova esattamente a metà fra tutto questo. Tartini è una persona che sta a cavallo di tanti mondi e ci sta su tutti. È questa la difficoltà a collocarlo, ti sfugge via e poi ci sono queste arditezze armoniche che sono eccezionali e che lo caratterizzano, anche se lo rendono poco fruibile a molti. Vivaldi dà un’emozione diretta, non filtrata. Tartini invece è da capire; non è che sia meno emozionante, ma ci arrivi attraverso un percorso che quindi esclude.

Com’era questo Tartini?

Come didatta doveva essere abbastanza pesante, tosto, preciso. La cosa bella di questo testo teatrale scritto da Sergio Durante è che sta bene scenicamente, ma al tempo stesso non contiene strafalcioni, non c’è niente di campato in aria e ad un certo punto dice che Tartini in due anni prepara i suoi violinisti a suonare da quello che erano partiti al massimo. Questo per noi oggi è impensabile. Lui in due anni portava a fare quello che noi oggi facciamo in sette, otto anni. Questo deve far riflettere anche su come doveva essere un lavoro intensivo e intensissimo.

Il nome del suo Ensemble è chiaramente un richiamo all’opera “L’arte dell’arco”, una serie di variazioni composte sopra alla più bella Gavotta di Arcangelo Corelli. È corretto?

Il nome del gruppo è infatti un omaggio diretto alla composizione tartiniana. Il gruppo è nato con il primario fine di registrare l’integrale dei concerti per violino di Tartini (circa 135), operazione realizzata in 33 cd nell’arco di 15 anni con la casa discografica Dynamic. La raccolta ha avuto alcuni tra i maggiori riconoscimenti delle riviste specializzate in Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Italia, Usa e Giappone. Proprio tra qualche mese invece uscirà la prima registrazione mondiale integrale delle variazioni “L’Arte dell’Arco” con me ed il gruppo col medesimo nome.

Quanto è importante questa opera per capire la differenza tra Corelli e Tartini, entrambi innovatori della tecnica violinistica?

Corelli e Tartini, rapporto di conseguenza inevitabile. Corelli è un po’ il padre comune ed il riferimento da raggiungere e, ove possibile (non facile) da superare. Tartini tuttavia estende le potenzialità del violino in territori mai esplorati da Corelli, che però rimane insuperato per la qualità dei materiali musicali e la raffinatezza dello stile violinistico.


[1] G. Riccati, Saggio sopra le leggi del contrappunto, Giulio Trento, Castelfranco Veneto 1762, p. 3.

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