La vera integrazione non si costruisce a tavolino, ma uscendo dal guscio e condividendo il proprio vissuto con il prossimo. È molto più semplice di quello che si possa pensare e i giovani di oggi lo sanno molto bene. A loro basta una connessione a internet e la musica parte alternando video in marocchino, albanese, punjabi, italiano… Ognuno scende al centro della scena e balla a modo proprio seguendo l’imprinting delle proprie radici e gli altri seguono a ruota. La tradizione e la lingua madre si diffondono, perché ognuno la insegna all’altro e la babele si annulla spontaneamente, con la semplice curiosità di entrare in contatto con il mondo dell’altro, ma senza costrutti teorici del “dobbiamo fare integrazione”.

L’integrazione non si fa, è già insita in noi. Troppo spesso usiamo etichette per questi giovani definiti troppo sbrigativamente “difficili”. Per fortuna che lo sono, difficili, altrimenti saremmo tutti insensibili. Essere difficili nasconde molta sensibilità tradita troppo presto da adulti assenti o mai cresciuti veramente che si sono trovati ad essere genitori per sbaglio, per superficialità, per moda, per età, ma non certo per scelta. “Difficile” è l’etichetta che la società affibbia allo “scomodo perché troppo intelligente”, a colui che vede diverso dalla mediocrità, perché il diverso spaventa e costringe ad aprire gli occhi e a uscire dal mondo protetto fatto di clientelismo e di apparenza, ben nascosti da un vestito spesso di dubbio gusto, ma alla moda!

Il “diverso” è semplicemente il mondo. Abbiamo voluto la globalizzazione, ma alziamo continuamente muri, in tutti i sensi. Che grande ipocrisia.

La purezza dei giovani sta proprio in questo istinto semplice e profondo del: “non sono io che ti devo insegnare, ma sono io che voglio imparare da te”.

Sono stanca di sentire le solite frasi fatte che sono già discriminatorie in partenza. Non esiste la perfezione, ognuno fa del proprio meglio. I giovani sono tutti innocenti in partenza, ma sono costretti a saltare ancora in fasce a piè pari in un mondo che si sta fagocitando da solo, mostrando con sempre maggior veemenza il suo lato peggiore. Chiunque noi siamo, qualunque strada abbiamo percorso, dobbiamo rispettarli, perché mai come in questo secolo i giovani sono vittime innocenti e indifese, lasciati soli e gettati nella fossa della solitudine e della indifferenza trasversale e comune, senza una guida positiva e forte da seguire.

La demenza avanza a spron battuto, complici i veleni con i quali l’uomo è ahimè solito inquinare il proprio corpo, dopo aver svuotato per bene la propria mente. I media in generale proiettano la vita ideale, che a ben guardare è anch’essa una finzione. La modella è bella in copertina, ma a riflettori spenti emerge la sua fragilità basata sul troppo apparire come gli altri vorrebbero fosse. In una sorta di bipolarismo si perdono i confini tra finzione e realtà finendo per trascinare il proprio fugace anelito di vita in una bolla di sapone che al primo urto… evapora. Che amarezza.

Ancoriamoci allo studio se ancora ne abbiamo la forza affinché il cuore non si spenga e la menta non si offuschi nella notte del nulla quotidiano. E se non sappiamo da dove e come iniziare, beh, accendiamo la musica e cominciamo a danzare. Il resto verrà.